31 Summerrise – Lamenti e morte

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By |Published On: 26/10/2020|Tags: , , , |

Il gruppo decide di scendere nelle antiche rovine ed esplorare ciò che ne resta con l’ardente speranza di trovare il tesoro nascosto dall’avo del contadino incontrato al Picco d’Ambra.

Dopo un primo sopralluogo trovano dei muri eretti in maniera meno abile rispetto al resto e anche in un periodo più recente, Emmet col martello abbatte il muro senza fatica e Lanciadifalco prendendo una torcia da Ilwyd avanza nel buio.

Subito la zona appare abbandonata e teatro di qualche scontro. Alcuni scheletri giacciono a terra trafitti da frecce di fattura primitiva. La stanza ha una porta sola che sembra sbarrata. Senza troppa cautela il gruppo la scardina. Proseguendo poi nel corridoio successivo fino ad un’altra porta. Questa pare sia stata bloccata con alcune macerie e la forza congiunta di Emmet e Bodlo ne riescono ad aver ragione aprendo così la via verso un’ampia stanza. Una volta qui veniva sicuramente venerato questo antico dio Cremisi. Le macerie danno chiaro segno di decadimento, colonne spezzate giacciono a terra nella polvere, il pavimento è squassato e ferito da una spaccatura nel mezzo. Altre quattro aperture si diramano da qui ma gli occhi di Lanciadifalco vengono subito attirati da un piccolo riflesso sulla grande statua del dio in piedi di fronte a loro. Gaverin continua ad osservare il pavimento e come per la stanza precedente, ossa, armi rotte e frecce fanno da ornamento al salone. Bodlo cammina dietro a Lanciadifalco ma si ferma di fronte alla porta di sinistra.

Il cavaliere Aslene si avvicina così alla statua e nota così che gli occhi sono di madreperla e riluccicano alla luce della torcia. Fa ancora un passo in avanti e senza di aver colpito qualcosa nella polvere, vede solo degli sbuffi come di qualcosa che si muove veloce o che sia scattato, forse una fune molto fine.
L’istante successivo dal soffitto cadono due anfore e come due battacchi di una campana si scontrano al centro del salone inondando tutta l’area di una strana polvere gialla. Bodlo e Gaverin ne sono investiti e cominciano a tossire, l’attimo dopo il mezzelfo estrae l’arma e comincia a combattere dei nemici invisibili, il nano al contrario pare pietrificato e stordito al punto che si accuccia coprendosi il capo con lo scudo.

Emmet e Ilwyd tentano di calmare Gaverin che però continua ad urlare “presto i non morti! Si sono animati! Compagni alle armi” menando fendenti e affondi in una lotta feroce come di chi stia difendendo la propria vita all’ultimo respiro. Il guerriero Ailander disarma l’amico stregone ma non riesce a calmarlo. Il druido si rivolge al nano che però non sembra rispondergli allora con cautela chiama a se i poteri di guarigione e libera il nano dalle allucinazioni. “Cosa ti è successo?” domanda a Bodlo “Le pareti mi stavano schiacciando”.

Lanciadifalco senza alcun sintomo strano giunge in aiuto di Emmet ed assieme immobilizzano Gaverin dando il tempo a Ilwyd di curare anche il suo corpo. Una brutta forma di allucinazioni, causate dalla polvere velenosa.

Ripresisi e tornato il silenzio il gruppo decide di esplorare l’apertura a sinistra dell’altare trovandosi quindi in un’altra stanza senza uscita, con i muri segnati da crepe soprattutto quello occidentale che dava segni di un recente lavoro di muratura malfatto. A terra però riluccica qualcosa e Bodlo immediatamente si mette e controllate trovando diverse monete di vecchio conio e senza indugio comincia a raccoglierle.

Anche qui scheletri e frecce non mancano. Nel silenzio del sottosuolo Emmet fa capolino del passaggio a destra della statua trovando un vecchio magazzino, botti e casse rotte e marce, polvere e altre due porte, una chiusa ed una aperta. Valutando di chiamare i compagni torna da loro. Gaverin sempre all’erta percepisce uno strano grattare oltre al muro precario e resta ad osservarlo quando si accorge che sta cedendo e sebbene avvisi i compagni il crollo è imminente e dall’apertura creatasi una decina di esseri pallidi e semi nudi assale il gruppo. Armati di lance e frecce con una furia feroce nonostante la stazza ridotta mettono in grande difficoltà la compagnia. Bodlo ed Emmet sopraggiunto all’ultimo, roteano i martelli respingendo e spezzando gli assalitori, più colte lo scudo del nano risuona di un rumore sordo. Gaverin quasi circondato da tre esseri si difende a stento nonostante la sua abilità con la spada ed al suo fianco non perde attimi Ilwyd per soccorrere l’amico ma a sua volta viene aggredito e punzecchiato dalle piccole lance. Emmet si fa largo tra due nemici senza problemi e giunge infine a supportare lo stregone. Nella furia dello scontro impari e selvaggio Lanciadifalco viene ripetutamente colpito, la sua armatura si lacera e l’elmo percosso più volte ma eroicamente il cavaliere non cede di un passo. Il gruppo si batte con foga e coraggio, dal cunicolo fischiano alcune frecce, Boldo cerca di liberarsi dai suoi assalitori, rotea e spazza con il suo martello ma l’agilità delle creature prende tutti di sorpresa. Piovono nuovamente frecce su Gaverin ed Ilwyd che sono proprio davanti l’apertura, i due vengono feriti e retrocedono allora Emmet copre i compagni spacciando gli ultimi nemici che impauriti iniziano a darsi alla fuga. Anche il cavaliere attacca senza dare tregua dopo essersi liberato di un assalitore ma resta con la guardia bassa la sua lancia non gli permette di parare l’ultimo affondo e la cuspide dell’arma nemica lo raggiunge alla fronte. L’elmo dall’ulto salta via come un tappo di una bottiglia agitata. Bodlo respinge gli ultimi che finalmente sconfitti spariscono nel cunicolo nero mentre Emme pone fine alla vita della creatura che ha colpito Lanciadifalco.

Ilwyd corre dal cavaliere e lo trova sulle ginocchia, gli occhi sbarrati e la lancia nemica conficcata in fronte.

A tale vista Gaverin infuriato corre nel cunicolo al buio fermato all’ultimo dal nano e da Emmet.

Riemersero alla luce del sole che sembrò loro un’eternità. In realtà a giudicare dalle ombre erano stati sotto non più di un’ora. Emmet il più forte di loro portava in spalla il corpo esanime di Lanciadifalco ancora orribilmente trafitto dalla primitiva piccola lancia del mostriciattolo che lo aveva ucciso.

Gli occhi dell’Aslene erano orribilmente rimasti sbarrati in una smorfia di sorpresa e le pupille completamente dilatate davano al volto un aspetto surreale. Bodlo fu l’ultimo ad uscire cercando di bloccare con sassi e macerie l’uscita al sotterraneo temendo si essere seguiti da quegli esseri. Gaverin era furioso continuava a ripetere “No! un’altra volta no!” mentre Ilwyd con tutta la sua altezza gli si parava davanti impedendogli di rientrare nel vecchio tempio, spintonandolo e ostacolandogli il cammino intanto che il nano completava la sua opera.

“La morte fa parte della vita Gav!” disse seriamente Occhinelvento “E’ ora che te ne fai una ragione. Sembri un ragazzino quando fai così. Come se non lo sapessi che prima o poi ognuno di noi in un modo orribile o pacifico spirerà.” Proseguì con un accenno di stizza. Gaverin non lo stava ascoltando e osservava Boldo ammucchiare sassi, macerie e detriti nell’antico passaggio abbattuto la mattina da Emmet. “Per di più ti metti a correre dentro cunicoli sconosciuti al buio solo perché sei arrabbiato” continuò il druido sempre più innervosito. “Così poi metti in pericolo tutti. Un po’ di buon senso!” alzò la voce. Emmet aveva appena stesso Gabriel, già, il suo vero nome era Gabriel, a terra sul suo giaciglio e con decisione aveva rimosso la lancia dal suo cranio e l’aveva gettata di lato. Del sangue fuoriuscito dalla ferita era colato sul naso e aveva formato una “V” rovesciata sul volto di Lanciadifalco, quando si fermò di colpo e si voltò ad osservare i due litiganti tenendoli d’occhio e nella sua mente pratica non era escluso che dovesse intervenire di lì a poco per dividere i suoi amici. Bodlo, non senza qualche imprecazione nanica, aveva ultimato il lavoro e si fermò anch’egli guardando i compagni.

Nel silenzio lasciato dall’ultima frase di Ilwyd nessuno si mosse, il vento passava tra le fronde e anche se l’estate stava volgendo al termine, il sole era caldo e il clima mite e piacevole. “Giovinastri che non siete altro!” Esplose con la sua voce tonante il buon mercante nanico.“ se pensate di fare a botte ditelo subito ed io ed Emmet ci facciamo magari una scommessina prima di darvi due poderosi calci nel sedere!” Tornò il silenzio e la tensione sembrò calare. “E poi.. ” continuò il nano “Ilwyd ha ragione Gaverin. Non puoi sempre reagire così diamine!” Emmet riprese a ricomporre il corpo dell’amico morto, dandogli una posa dignitosa “Dobbiamo bruciarlo o seppellirlo? Cosa avrebbe preferito qualcuno lo sa?” esordì. Tutti gli altri si svegliarono come da una bolla di pensieri, si guardarono l’un l’altro e si accorsero per la prima volta che nessuno sapeva rispondere ad una domanda così banale in effetti ma così privata sul conto di Gabriel che da un lato li fece sentire ancora più in colpa per la mancanza di una risposta certa.

“Va beh.. non possiamo fare una pira, lo tumuleremo all’ombra di un albero così che possa riposare in pace e non sia preda di qualche animale” decise Emmet vedendo che nessuno aveva nulla da dire. Bodlo posò le armi e senza proferire parola alcuna e iniziò a cercare altre macerie ed altri sassi adatti a coprire l’amico scomparso. Gaverin rimase fermo ad osservare i due guerrieri intenti a dare l’ultimo saluto a Gabriel, si sentiva nuovamente inutile e adirato con gli déi, con Gabriel, col gruppo ed infine soprattutto con se stesso. “A cosa è servito andare dalla strega.” Pensò stringendo i pugni fino a far divenire bianche le nocche. Il suo capo era chino e passò così dei minuti interminabili sul baratro di una nuova follia. Ilwyd percepì questo senso di rabbia e paura nel mezzelfo e gli sii avvicinò, posatagli una mano sulla spalla quasi bisbigliò con tono gentile “E’ la vita Gav, e la morte è sua sorella. Non può esistere una senza l’altra. Non farti carico di un altro fardello inutile.” E si allontanò da lui lasciandolo li fermo come una statua. Raggiunse gli altri.

Emmet prese un panno usò l’acqua di una borraccia per lavare dalla polvere e dal sangue il corpo di Gabriel, sembrava farlo con una certa noncuranza, come di chi l’avesse già fatto ben più di una volta. Raccolse le sue cose e gliele mise ai piedi, la lancia stretta in pungo sul petto e poi gli risistemò il prezioso elmo sul capo con il paranaso a forma di testa di cavallo spaccato dal colpo fatale. Bodlo era in piedi e stava ammucchiando sassi borbottando a bassa voce, forse erano lacrime quelle che argentavano la sua barba? Ad un tratto il possente guerriero si sentì spingere.

Il cavallo di Gabriel si era avvicinato e l’aveva colpito col muso. Emmet lo spinse via in malo modo ma il cavallo nonostante la rimproverata ricevuta continuava ad infastidirlo come se non volesse che il suo padrone venisse in qualche modo toccato alternando alle musate anche brevi nitriti e sbuffi. Ilwyd venne attirato da questa scena e notò subito che il cavallo si stava innervosendo e con lui anche il compagno Ailander quindi si avvicinò prese il cavallo per le briglie e lo calmò rimproverando anche Emmet che sbuffò e si rimise a ricomporre il corpo dell’amico. Fu in quel momento che accadde qualcosa di unico. Occhinelvento stava con la mano accarezzando il muso di Windspit tenendolo buono e calmo, gli occhi dell’animale erano incredibilmente intelligenti ed il druido capì che la bestia stava capendo cosa’era successo al suo padrone e ne soffriva e quel dolore Ilwyd lo percepiva e si mischiava al suo.

Un altro compagno era caduto, un’altra vita aveva finito il viaggio su questa terra e l’avrebbe continuano altrove forse… Eppure i santi dicono che gli dei premiano chi dimostra valore e devozione, chi li serve con dedizione e rispetta le loro leggi e il loro reame ma nessuna preghiera, nessuna leggenda o storia dava ora a Ilwyd la convinzione che la morte di Gabriel fosse giusta. Il suo pensiero, forse accompagnato dal vento, ritornò a Pelagia, agli insegnamenti di Biancosole ed alle parole del Sommo Cantore. Lasciò cadere il suo bastone e gettò a terra la bisaccia, le torce e alla fine si tolse persino parte dei vestiti restando a petto nudo, volse i suoi passi verso il folto del bosco. Tutti restarono a guardarlo preoccupati e interrogandosi su cosa avrebbe fatto. Erano avvezzi agli strani poteri di veggenza e precognizione del druido, spesso si chiudeva in meditazione e riusciva a vedere cose, luoghi e fatti lontani sia nel tempo che nello spazio ma questa volta non era tranquillo, questa volta un peso ed un’ombra gravavano su di lui. “Proteggete il corpo di Gabriel Lanciadifalco finché non torno” ordinò con tono deciso e che tradiva preoccupazione. Nessuno fiatò.

Emmet si sedette vicino al campo e iniziò a ricontrollare il suo equipaggiamento. Bodlo si mise di guardia ben conscio che la foresta avesse degli occhi e Gaverin a sua volta si sedette vicino al corpo di Lanciadifalco. Il cavallo rimase fermo col muso a terra, annusando il padrone defunto e ogni tanto accennava a mordere chi gli pareva troppo vicino. Ilwyd sparì alla vista dei compagni, prese distanza e cercò nel folto del bosco, sotto quegli antichi alberi dalle lunghe ombre un posto dove chiedere, domandare e forse ricevere risposta. Camminò per un tempo che non seppe definire finché il silenzio della foresta, col suo frusciare di foglie e scricchiolare dei rami non fosse della tonalità giusta. Chiuse gli occhi e si sedette ascoltando e cercando con l’anima di entrare in sintonia con il mondo.

Il suo cuore lentamente sembrò adattarsi ai lenti ritmi delle piante, il suo respiro era il respiro della foglia, le sue ossa erano la pietra su cui sedeva ed il suo sangue fluiva lento come la linfa che dona agli alberi la vita. Respirava sempre più lentamente, piano, senza fretta. Ascoltava dapprima il suo cuore poi i rumori li vicino, qualche foglia, poi più in là, un grattare contro un tronco, lo stridio dei finimenti dei loro cavalli, il rumore di un ruscello lontano. Il vento portava anche numerosi odori che cambiavano a seconda della direzione che prendeva giocando tra gli alberi. Alle volte era odore d’erba, altre di marcio e persino accenni dolci come di qualche fiore ancora giovane.

Il vento però portava anche uno strano profumo di salsedine. Il vento, l’aria che permette la vita, invisibile e forte, terribile e frizzante come una giovane donna che ha scoperto da poco la sua libertà. Col vento puoi ridere e rivelare segreti che le parole da lui apprese andranno chissà dove disperse. Ma per chi viveva quei tempi, se ne si era in grado, il vento portava messaggi e consigli. Un rumore di onde che si infrangono sulle scogliere arrivò ad Ilwyd assieme ad una voce lenta e pacifica dal calore estivo. Le parole all’inizio furono solo bisbigli e tali sarebbero restati se ad ascoltarle fossero state persone comuni, ma Occhinelvento non lo era. Nel suo sangue e nel suo cuore, egli era in armonia con la vita, il suo spirito era in grado di percepire energie magiche e accomunarvisi facendole proprie. Quel giorno Ilwyd avrebbe compiuto un prodigio. Il vento gli parlò ed un profumo di sale gli riempì le narici. “Si maestro, perché so che esistono potrei, grandi poteri che potrebbero servirmi ora, ma temo di peccare di egoismo” il pensiero di Ilwyd si confuse con il battere delle sue tempie. Il vento allora mutò, spostò alcune foglie cadute, le prime della stagione e le adagiò poco lontano. Un’eco di onde sembrò riempire quella parte del bosco. “Avete ragione, gli uomini saggi si pongono domande, ma io temo di voler troppo, di rompere delle leggi, forse di oppormi al destino”. L’aria intorno al druido divenne più forte, una folata che piegò alcuni rami e sembrò fischiare tra i tronchi quasi a ricordare il verso di un gabbiano. “Comprendo cosa mi dite e sarei pronto ad assumermi la responsabilità di questa azione se potessi farlo. Ma non ne ho il potere e in ultimo forse non ne avrei la forza. Chi sono io per decidere?” Il vento si placò improvvisamente. Rimase solo una leggera brezza che come un sospiro, una mano gentile. “Sono parole terribili quelle che mi dite maestro.” Ad Ilwyd sembrò di respirare a fatica, se qualcuno l’avesse potuto osservare anche celato tra i cespugli avrebbe pensato che stesse lentamente soffocando.

Non vi è una misura del tempo adatta ad indicare quanto il druido restò immobile in silenzio ed in comunione col mondo. Forse solo gli elfi avrebbero potuto comprendere, vedendolo, cosa stava facendo. Ilwyd stava capendo l’armonia ultima della vita, stava arrivando a quella conoscenza del mistero supremo che in pochi hanno e la stava ottenendo a fatica poiché egli aveva inteso il fardello che ne sarebbe derivato. Il vento riprese a solleticare le fronde degli alberi inondando l’ambiente di un forte profumo di mare poi come se si fosse stancato di correre, di colpo, mutò e mai più in tali contrade il suono dell’onda e del gabbiano furono udite così distintamente come quel giorno. Ilwyd riaprì gli occhi. “Grazie maestro.” Ritornò all’accampamento che era pomeriggio inoltrato.

I suoi compagni lo videro sbucare dal folto della foresta quasi senza accorgersene come se fosse stato portato li dall’aria come una piuma. Era il turno di guardia di Emmet che diede un calcio al nano intento a riposare. “E’ tornato”. “Ma al tuo paese svegliano tutti così? A calci!” brontolò il non più giovanissimo nano mentre si risistemava la barba sgualcita e sporca di terra. “A volte anche peggio” rispose l’Ailander. “Tutto bene?” chiese Gaverin al druido. “Si ma ho una cosa da fare prima che sia sera” rispose a lui. Il mezzelfo percepì qualcosa di diverso. Sentiva odore di magia. Occhinelvento si avvicinò al corpo di Gabriel, il cavallo lo fissò ed i due restarono un attimo così finché, con stupore di tutti, Windspit si fece da parte lasciando che Ilwyd potesse inginocchiarsi presso Gabriel. “Credo che stiamo per assistere a qualcosa di incredibile” bisbigliò Bodlo, non accorgendosi di aver messo in parole il suo pensiero. Gaverin si avvicinò di un passo incuriosito ma anche preoccupato, Emmet rimase seduto ma fissava il druido con attenzione. Ilwyd prese un coltello e lo liberò dal fodero lentamente tenendolo stretto nella destra che abbassò lungo il fianco come a nascondere la lama mentre la sinistra la avvicinò al muso del cavallo fino ad arrivare ad accarezzarlo.

Il vento riprese a soffiare ad intermittenza, ostacolato dagli alberi e dalle rovine che gli si parevano innanzi, ostacoli secolari. Gli altri cavalli iniziarono ad innervosirsi tranne Windspit che si lasciò tirare più vicino dal druido, il suo muso sempre chino sfiorava il petto del corpo del padrone. Con un movimento armonioso ne veloce ne lento, talmente naturale che a nessuno dei tre compagni venne in mente di fermarlo, la mano destra di llwyd aprì un taglio nel collo del cavallo, poi depose la lama a terra. Con la sinistra usando il sangue come pittura, si tracciò dei segni maha sul volto e sul petto nudo, fece la stessa cosa sul volto di Landiadifalco accompagnando ogni movimento con parole sacre, versi tra il canto e il lamento, vocalizzi profondi e acuti. Gli altri restarono immobili con gli occhi spalancati, vedendo la trance in cui era caduto il druido. Il cavallo non si muoveva, sembra ipnotizzato dal canto magico ed il suo sangue continuava a sgorgare sul petto del corpo esanime di Gabriel, copioso, denso e scuro. Dun tratto il vento soffiò forte e gelido, come un ospite invadente passò tra i compagni curioso e sfacciato e poi sparì. La voce di Ilwyd aveva finito di cantare, Windspit si accasciò, piegando le zampe anteriori, si sdraiò accanto al padrone mentre il druido lasciò cadere la testa all’indietro e abbandonò le braccia lungo i fianchi, restando così immobile in ginocchio, piegato come un vecchio ceppo. “Ora fa’ in modo di meritartelo” disse atono.

Il corpo di Lanciadifalco si scosse, si agitò e l’attimo dopo la bocca si spalancò prendendo un forte respiro, come chi riemerge dal profondo degli abissi e si mise seduto di colpo. SI guardò intorno spaesato senza proferire parola, i suoi occhi cercavano e guardavano a destra e sinistra impauriti. Gli altri tre compagni rimasti ad osservare la scena esplosero all’unisono con frasi di stupore miste ad imprecazioni e gioia espresse nelle loro lingue natie. Boldo quasi si strappò la barba poi spinto dall’euforia diede un pungo alla spalla del biondo guerriero che a sua volta saltò in piedi battendo le mani assieme. Gaverin incredulo ma felice corse dal druido e dall’amico redivivo si gettò a terra anche lui e li abbracciò entrambi col volto rigato dalle lacrime, alla fine anche Ilwyd ripresosi chiuse le braccia attorno agli amici ritrovati, lo stesso Gabriel frastornato e impacciato ricambiò la stretta e restarono così per un po’ chiusi in un triplice e fraterno abbraccio. “Fa in modo di meritartelo” disse ancora Occhinelvento, ma nessuno lo aveva più sentito. Le grida di gioia erano l’unica cosa che spezzava la quiete della foresta, le loro voci vennero così catturate dal vento che virò di colpo dalla sua rotta come se improvvisamente si fosse ricordato di qualcosa tanto si sa, avrebbe cambiato nuovamente direzione danzando tra le valli ed i laghi dimentico del messaggio che portava.

Si il vento è variabile e spesso è smemorato ma quella volta il messaggio lo portò a destinazione.

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